La guerra in Libia non è una guerra umanitaria: la difesa dei civili non è (e non è mai stata) all’ordine del giorno dell’agenda politica dei paesi NATO (dalle guerre in Jugoslavia, all’Afghanistan fino alla Palestina, al Libano e all’Iraq): basti solo pensare che gli USA, insieme ad Israele, a tutt’oggi difendono la repressione della rivolta popolare (con uccisione di civili) in altri paesi arabi, come in Yemen e in Barhein, mentre in Egitto cercano di “guidare” la transizione post-Mubaraq lasciando il vecchio establishment al suo posto. Inoltre ad oggi non si riescono ancora a stimare le vittime civili dell’Afghanistan (2002-2011), mentre riguardo all’Iraq già nel 2007 nel Parlamento Europeo si confermava la cifra di 600.000 morti (notizia non diffusa dal network mediatico), che probabilmente oggi avrà superato il milione (a cui si aggiungono 2 milioni di profughi).
Ammesso, poi, che l’obiettivo sia quello di salvare e difendere i civili, le “armi” della diplomazia non sono per niente spuntate e inefficaci rispetto a quelle della guerra nuda e cruda: la diplomazia non è costituita da parole vuote.
Richiedere e verificare il cessate il fuoco, individuare le rappresentanze più significative delle parti in guerra, proporsi come paese neutrale dove far incontrare le parti in causa, aprire le ambasciate ai rifugiati, accogliere i profughi, proporre l’embargo militare e solo l’embargo militare ecc.. non sono azioni vuote, anzi rientrano perfettamente nell’operato di un paese, come l’Italia, che “ ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”(art. 11).
Purtroppo con la riforma delle forze armate e l'approvazione del nuovo modello di difesa, condiviso bipartisan nel corso degli anni novanta, lo scopo del nuovo esercito di professionisti non è più la legittima difesa della nazione (intesa come territorio) da attacchi stranieri, ma la difesa degli “interessi nazionali” nel mondo: da qui l'evidente forzatura interpretativa della seconda parte dell'art.11 della Costituzione (che è stato scritto – va ricordato - prima della creazione della NATO, dell'inizio della c.d. “guerra fredda” e di gran lunga prima della proclamazione del “Nuovo Ordine Mondiale” da parte di Bush dopo la caduta dell'URSS)
Se poi si vogliono conoscere le vere motivazioni dell’interventismo della NATO (seppure in ordine sparso), non si può non vedere come sempre di più, di anno in anno, se non addirittura di semestre in semestre (sopratutto dopo la crisi del 2008) la partita del controllo globale delle fonti di energia sia diventata di vitale importanza per la sopravvivenza e il rilancio del capitalismo occidentale (USA, Israele e Europa) di fronte all’avanzata inarrestabile del capitalismo cinese, ancora più forte ora con l’evidente crisi nipponica. Il controllo manu militari delle fonti di energia (idrocarburi e gas) è la sola risposta che gli USA e l’Europa possono dare non solo a chi da decenni si è arrogato il diritto di gestire autonomamente le risorse nazionali, magari con una ricaduta in parte benefica all’interno del proprio paese (come l’Iraq fino al 2003 e la Libia fino ad ora e a differenza dell’Arabia Saudita, regime feudale e fedele alleato degli occidentali, dove il divario tra ricchi e poveri è enorme, considerato il Pil nazionale), ma anche a chi quelle stesse risorse energetiche oggi può semplicemente comprarle, offrendo prezzi e servizi migliori, come appunto la Cina.
Se si considerano tutto questo, è evidente come il caos generato dalla “primavera araba” sia stato l’occasione per colpire la Libia definitivamente, prima armando la rivolta e adesso intervenendo con i bombardamenti.
Per questa ragione invito alla firma della petizione contro l'invio di truppe italiane in Libia e di un appello contro la guerra.