martedì 22 marzo 2011

La guerra in Libia non è una guerra umanitaria

La guerra in Libia non è una guerra umanitaria: la difesa dei civili non è (e non è mai stata) all’ordine del giorno dell’agenda politica dei paesi NATO (dalle guerre in Jugoslavia, all’Afghanistan fino alla Palestina, al Libano e all’Iraq): basti solo pensare che gli USA, insieme ad Israele, a tutt’oggi difendono la repressione della rivolta popolare (con uccisione di civili) in altri paesi arabi, come in Yemen e in Barhein, mentre in Egitto cercano di “guidare” la transizione post-Mubaraq lasciando il vecchio establishment al suo posto. Inoltre ad oggi non si riescono ancora a stimare le vittime civili dell’Afghanistan (2002-2011), mentre riguardo all’Iraq già nel 2007 nel Parlamento Europeo si confermava la cifra di 600.000 morti (notizia non diffusa dal network mediatico), che probabilmente oggi avrà superato il milione (a cui si aggiungono 2 milioni di profughi).

Ammesso, poi, che l’obiettivo sia quello di salvare e difendere i civili, le “armi” della diplomazia non sono per niente spuntate e inefficaci rispetto a quelle della guerra nuda e cruda: la diplomazia non è costituita da parole vuote.
Richiedere e verificare il cessate il fuoco, individuare le rappresentanze più significative delle parti in guerra, proporsi come paese neutrale dove far incontrare le parti in causa, aprire le ambasciate ai rifugiati, accogliere i profughi, proporre l’embargo militare e solo l’embargo militare ecc.. non sono azioni vuote, anzi rientrano perfettamente nell’operato di un paese, come l’Italia, che “ ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”(art. 11).

Purtroppo con la riforma delle forze armate e l'approvazione del nuovo modello di difesa, condiviso bipartisan nel corso degli anni novanta, lo scopo del nuovo esercito di professionisti non è più la legittima difesa della nazione (intesa come territorio) da attacchi stranieri, ma la difesa degli “interessi nazionali” nel mondo: da qui l'evidente forzatura interpretativa della seconda parte dell'art.11 della Costituzione (che è stato scritto – va ricordato - prima della creazione della NATO, dell'inizio della c.d. “guerra fredda” e di gran lunga prima della proclamazione del “Nuovo Ordine Mondiale” da parte di Bush dopo la caduta dell'URSS)

[L'Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.(art. 11)

Se poi si vogliono conoscere le vere motivazioni dell’interventismo della NATO (seppure in ordine sparso), non si può non vedere come sempre di più, di anno in anno, se non addirittura di semestre in semestre (sopratutto dopo la crisi del 2008) la partita del controllo globale delle fonti di energia sia diventata di vitale importanza per la sopravvivenza e il rilancio del capitalismo occidentale (USA, Israele e Europa) di fronte all’avanzata inarrestabile del capitalismo cinese, ancora più forte ora con l’evidente crisi nipponica. Il controllo manu militari delle fonti di energia (idrocarburi e gas) è la sola risposta che gli USA e l’Europa possono dare non solo a chi da decenni si è arrogato il diritto di gestire autonomamente le risorse nazionali, magari con una ricaduta in parte benefica all’interno del proprio paese (come l’Iraq fino al 2003 e la Libia fino ad ora e a differenza dell’Arabia Saudita, regime feudale e fedele alleato degli occidentali, dove il divario tra ricchi e poveri è enorme, considerato il Pil nazionale), ma anche a chi quelle stesse risorse energetiche oggi può semplicemente comprarle, offrendo prezzi e servizi migliori, come appunto la Cina.

Se si considerano tutto questo, è evidente come il caos generato dalla “primavera araba” sia stato l’occasione per colpire la Libia definitivamente, prima armando la rivolta e adesso intervenendo con i bombardamenti.

Per questa ragione invito alla firma della petizione contro l'invio di truppe italiane in Libia e di un appello contro la guerra.

domenica 20 marzo 2011

Libia. La mossa della Nato e il silenzio dei pacifisti (a volte "pacifinti")

Se la celebrazione dell'Unità d'Italia è il ricordo anche della nostra Costituzione, non si può non vedere come nella crisi libica il richiamo netto al "ripudio della guerra" ribadito nella Carta costiuzionale sia stato totalmente eluso: non c'è stato neanche un dibattito serio, niente.

Riporto qui di seguito le opinioni di Gino Strada

Strada: “Bisognava pensarci prima. La guerra? Non si deve fare mai”


L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

(20 marzo 2011)