lunedì 25 aprile 2011
Che cosa dice l'Islam a proposito del terrorismo
In questo periodo di grandi sconvolgimenti nel mondo arabo, dalle rivolte e dai tentativi di rivoluzione (Egitto, Tunisia, ecc.) ai rovesciamenti di regime che hanno ben altre cause (come in Libia), i mass media non smettono comunque di utilizzare la categoria del terrorismo islamico, soprattutto per coprire operazioni "sporche" come l'omicidio di Arrigoni a Gaza: è bene ricordare allora che da anni il mondo islamico cerca di esprimere all'interno della propria tradizione culturale il totale ripudio del terrorismo. Qui di seguito si può consultare il contenuto integrale di un depliant che mi è stato dato in Egitto ancora nel 2009 durante un viaggio turistico.
http://uploading.com/files/91mcf8f3/islam_sul_terrorismo.zip/
martedì 22 marzo 2011
La guerra in Libia non è una guerra umanitaria
La guerra in Libia non è una guerra umanitaria: la difesa dei civili non è (e non è mai stata) all’ordine del giorno dell’agenda politica dei paesi NATO (dalle guerre in Jugoslavia, all’Afghanistan fino alla Palestina, al Libano e all’Iraq): basti solo pensare che gli USA, insieme ad Israele, a tutt’oggi difendono la repressione della rivolta popolare (con uccisione di civili) in altri paesi arabi, come in Yemen e in Barhein, mentre in Egitto cercano di “guidare” la transizione post-Mubaraq lasciando il vecchio establishment al suo posto. Inoltre ad oggi non si riescono ancora a stimare le vittime civili dell’Afghanistan (2002-2011), mentre riguardo all’Iraq già nel 2007 nel Parlamento Europeo si confermava la cifra di 600.000 morti (notizia non diffusa dal network mediatico), che probabilmente oggi avrà superato il milione (a cui si aggiungono 2 milioni di profughi).
Ammesso, poi, che l’obiettivo sia quello di salvare e difendere i civili, le “armi” della diplomazia non sono per niente spuntate e inefficaci rispetto a quelle della guerra nuda e cruda: la diplomazia non è costituita da parole vuote.
Richiedere e verificare il cessate il fuoco, individuare le rappresentanze più significative delle parti in guerra, proporsi come paese neutrale dove far incontrare le parti in causa, aprire le ambasciate ai rifugiati, accogliere i profughi, proporre l’embargo militare e solo l’embargo militare ecc.. non sono azioni vuote, anzi rientrano perfettamente nell’operato di un paese, come l’Italia, che “ ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”(art. 11).
Purtroppo con la riforma delle forze armate e l'approvazione del nuovo modello di difesa, condiviso bipartisan nel corso degli anni novanta, lo scopo del nuovo esercito di professionisti non è più la legittima difesa della nazione (intesa come territorio) da attacchi stranieri, ma la difesa degli “interessi nazionali” nel mondo: da qui l'evidente forzatura interpretativa della seconda parte dell'art.11 della Costituzione (che è stato scritto – va ricordato - prima della creazione della NATO, dell'inizio della c.d. “guerra fredda” e di gran lunga prima della proclamazione del “Nuovo Ordine Mondiale” da parte di Bush dopo la caduta dell'URSS)
Se poi si vogliono conoscere le vere motivazioni dell’interventismo della NATO (seppure in ordine sparso), non si può non vedere come sempre di più, di anno in anno, se non addirittura di semestre in semestre (sopratutto dopo la crisi del 2008) la partita del controllo globale delle fonti di energia sia diventata di vitale importanza per la sopravvivenza e il rilancio del capitalismo occidentale (USA, Israele e Europa) di fronte all’avanzata inarrestabile del capitalismo cinese, ancora più forte ora con l’evidente crisi nipponica. Il controllo manu militari delle fonti di energia (idrocarburi e gas) è la sola risposta che gli USA e l’Europa possono dare non solo a chi da decenni si è arrogato il diritto di gestire autonomamente le risorse nazionali, magari con una ricaduta in parte benefica all’interno del proprio paese (come l’Iraq fino al 2003 e la Libia fino ad ora e a differenza dell’Arabia Saudita, regime feudale e fedele alleato degli occidentali, dove il divario tra ricchi e poveri è enorme, considerato il Pil nazionale), ma anche a chi quelle stesse risorse energetiche oggi può semplicemente comprarle, offrendo prezzi e servizi migliori, come appunto la Cina.
Se si considerano tutto questo, è evidente come il caos generato dalla “primavera araba” sia stato l’occasione per colpire la Libia definitivamente, prima armando la rivolta e adesso intervenendo con i bombardamenti.
Per questa ragione invito alla firma della petizione contro l'invio di truppe italiane in Libia e di un appello contro la guerra.
domenica 20 marzo 2011
Libia. La mossa della Nato e il silenzio dei pacifisti (a volte "pacifinti")
Se la celebrazione dell'Unità d'Italia è il ricordo anche della nostra Costituzione, non si può non vedere come nella crisi libica il richiamo netto al "ripudio della guerra" ribadito nella Carta costiuzionale sia stato totalmente eluso: non c'è stato neanche un dibattito serio, niente.
Riporto qui di seguito le opinioni di Gino Strada
L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.
Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.
Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.
Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.
Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.
Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.
Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.
Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.
Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.
E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.
Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.
Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.
Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.
(20 marzo 2011)
Riporto qui di seguito le opinioni di Gino Strada
Strada: “Bisognava pensarci prima. La guerra? Non si deve fare mai”
L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.
Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.
Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.
Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.
Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.
Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.
Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.
Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.
Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.
E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.
Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.
Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.
Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.
(20 marzo 2011)
giovedì 3 febbraio 2011
L'Haggadah di Sarajevo e i Giusti dell'Islam
In occasione del giorno della memoria già dal 2008 gira per le cittò d'Italia una mostra dal titolo provocatorio: "Giusti dell'Islam", realizzata da Giorgio Bernardelli per PIME Onlus: in 25 pannelli vengono raccontate alcune storie di musulmani che salvarono ebrei dai rastrellamenti nazifiascisti durante la seconda guerra mondiale, in nome di un principio contenuto sia nel Talmud che nel Corano: "Chi salva una vita, salva il mondo intero". Forse anche il semplice senso di umanità e fratellanza hanno spinto queste persone a mettere a rischio se stessi e i propri cari per salvare vite umane: gli episodi si sono verificati sopratutto nella ex-Jugoslavia e in Albania. Tra queste storie si distingue quella di Derviš Korkut, funzionario del Museo Nazionale della Bosnia Erzegovina, che non solo ha salvato la vita a una donna ebrea, Mira Papo, ma ha anche sottratto ai nazisti un manoscritto preziosissimo della cultura ebraica, risalente al XIV secolo, l'Haggadah di Sarajevo, consegnandolo a un iman musulmano che lo ha cusotdito nella sua librearia in uno sperduto villaggio della Bosnia, ai piedi del monte Bjelašnica.
Così scrive Azra Nuhefendić:
"L’Haggadah è un libro ebraico di cerimonie, una collezione di storie bibliche, di preghiere e di salmi che riguardano la Pesach, la festa che celebra la liberazione degli ebrei dall’Egitto: il manoscritto illustrato risale al XIV secolo e proviene da Barcellona. Il suo valore è stimato intorno ai 700 milioni di dollari
L’Haggadah di Sarajevo, inoltre, ha la particolarità di presentare immagini di persone, nonostante la religione ebraica lo vieti. Il manoscritto si distingue anche per alcuni concetti insoliti. In questo magnifico volume, fatto nel quattordicesimo secolo, la terra è presentata come rotonda.
L’Haggadah di Sarajevo fu creata a Barcellona, nel 1350 circa, probabilmente per una ricca famiglia ebraica. Dopo il Decreto di Alhambra, nel 1492, gli ebrei furono espulsi dalla Spagna. Tanti manoscritti in ebraico furono distrutti, ma l’Haggadah di Sarajevo sopravvisse. Riapparse nel 1609, a Venezia. Il prete cattolico Domenico Vistorini, che l’aveva ispezionata, si accertò che non contenesse nulla contro la Chiesa, annotando sull’ultima pagina del libro: “Revisto per mi”. Nel 1894 l’Haggadah ricomparve a Sarajevo. Il Museo Nazionale della Bosnia Erzegovina l’ha acquisito dalla famiglia di Josef Kohen."
[...]
"L’Haggadah di Sarajevo è poi sopravvissuta ad un’altra guerra, quella in Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Questa volta a mettere il manoscritto al sicuro ci pensò il prof. Emir Imamović, direttore del Museo Nazionale. Insieme con un gruppo di poliziotti prelevò il manoscritto dal Museo, che era situato proprio sulla linea del fronte."
[...]
"Dopo la guerra, l’Haggadah di Sarajevo fu finalmente esposta nel Museo Nazionale di Sarajevo, custodita in un box con la massima sicurezza. Per la Pesach del 2006 ne sono state stampate 613 copie (il numero simbolico corrisponde alle leggi ebraiche spiegate nel manoscritto sacro)".
http://guide.supereva.it/biblioteche/interventi/2009/08/lhaggadah-di-sarajevo.
http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=1636
sabato 1 gennaio 2011
Manufacturing dissent
"Manufacturing dissent" è un'espressione creata dal prof. Chossudovksy allo scopo di indicare una pratica in uso negli USA a partire dal secondo dopoguerra in base alla quale vengono create e finaziate forme diversificate di dissenso nelle "società civile" allo scopo di controllare, almeno in parte, il dissenso e la contestazione che i danni del capitalismo ciclicamente generano come reazione nella società stessa, una contestazione che può essere organizzata e strutturarsi addirittura nella lotta di classe oppure essere "spontanea", disorientata, facilmente manipolabile, ecc.
La teoria e la pratica del "manufacturing dissent" partono dal controllo dell'informazione da parte delle corporazioni più potenti, dalla politica e dai servizi segreti (come denuncia già un vecchio articolo comparso sulla rivista Rolling Stones negli anni '70 che chiariva come molti nomi del mainstream informatico venissero controllati e scelti direttamente dall CIA) e continuano con la creazione di ONG e associazioni benefiche attraverso fondazioni potenti (come la Ford Foundation) allo scopo di dare uno sfogo pilotato al dissenso civile che finisce per dare credito proprio a quelle politiche e a quelle organizzazioni che perseguono gli obiettivi più devastanti del capitalismo (come il WTO, la Banca Mondiale, i, Fondo Monetario, ecc.).
http://uploading.com/files/c82mmc9d/Making%2Bdissent.pdf/
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